ANNO SCOLASTICO 2018/2019

INDICE
I NONNI (di Domitilla Rodeano)
Fin da quando ero una “cosina” in bianco e nero nell’ecografia, i miei nonni mi hanno voluto molto bene. Ero la loro prima (e unica) nipote, quindi credo che dovessero essere in fermento per la mia nascita.
Mio nonno (dato che le analisi non riscontravano ancora se ero maschio o femmina annunciò a tutti i parenti che sarei stata una bambina, e non solo: sarei nata il 4 marzo, come sua moglie…
Indovinate un po’: sulla mia carta d’identità alla voce “data di nascita” c’è scritto 04.03.2007!
Mio nonno e mia nonna hanno nove anni di differenza (lui è del 1937 e lei del 1946) e sono entrambi cresciuti nel secondo dopoguerra.
Mia nonna, Maria Pia Calderini all’anagrafe, ha fatto la maestra d’asilo per tutta la vita. Guardando le sue foto da giovane, ho scoperto che era una signora alta, elegante e distinta. Io ora in altezza la supero, ma resta pur sempre una signora molto a modo!
Mio nonno si chiama Gianfranco Croatto e da giovane ha praticato svariati mestieri: il falegname, l’operaio e l’autista. Ancora oggi è alto 1.80 m e non dimostra la sua età. Quando era un ragazzo aveva la passione per l’atletica leggera ed era molto bravo!
Si sono sposati 51 anni fa: più di mezzo secolo!
Ad entrambi voglio un sacco di bene e praticamente mi hanno insegnato tutto quello che so.
Quando avevo due anni non ho frequentato l’asilo, ma stavo a casa dei nonni, dove imparavo sempre cose nuove.
Seguendo tutti i giorni il nonno che andava a fare la spesa a piedi, piano piano, ho iniziato a comprendere che cos’è la matematica (grazie agli scontrini); mentre la nonna mi leggeva alcune storie io seguivo col dito quelle lettere così contorte imparando a leggere.
Nella loro casa c’è un giardino molto vasto, dove scorrazza DiDi, il mio cane. Mio nonno, in un angolo del cortile ha il suo “laboratorio” di falegnameria, da cui sono uscite le mensole rosa della mia stanza, la culla che faceva addormentare le mie bambole, la casetta di legno dove abitava un’allegra famigliola di castorini e tanto altro.
Nel giardino ho scoperto molte cose: che i quadrifogli crescono sempre l’uno accanto all’altro, che lavando la macchina con il tubo dell’acqua per innaffiare le piante è impossibile non bagnarsi, che per arrampicarsi su un ulivo bisogna stare attenti e che per coltivare un orto ci vuole pazienza da vendere. Sul faggio ultra quarantenne che domina il prato i nonni hanno appeso l’altalena gialla che mi ha fatto volare in aria tante volte.
Inoltre mi hanno insegnato a giocare a dama e a briscola, e ogni tanto facciamo qualche partita (che stranamente vincono sempre).
Secondo me, i nonni sono proprio indispensabili per crescere bene!
LA NONNA (di Daniele Vizzutti)
Mia nonna è nata a Lusevera, il 13 dicembre 1938 e ha abitato a Villanova delle grotte fino a che si è sposata con mio nonno: Giovanni Vizzutti, con il quale è venuta a vivere a Ramandolo e lì, ha trascorso la restante parte della sua vita.
Non ha avuto un percorso molto facile: a 13 anni ha iniziato ad avere problemi di vista e di udito ed è rimasta vedova il 3 novembre 1990, aveva 52 anni.
Ai suoi 69 anni sono nato io, ma a causa della malattia era ormai diventata cieca e mezza sorda, così, mentre io ho avuto la fortuna di conoscerla osservandola e ascoltandola, lei non ha mai potuto vedermi chiaramente in viso.
Ricordo bene che è sempre stata orgogliosa di me, specie quando le leggevo la pagella di fine anno: mi diceva che ero intelligente! E’ sempre stata un’ottima cuoca e amava cucinare per me il riso alla parmigiana: era buonissimo! Ogni volta che, al centro estivo per ragazzi “Ora a Nimis” lo preparano, anche se non è ugualmente delizioso, mi ricordo mia nonna. La sua specialità, poi, era lo spezzatino con polenta!Quest’ultima la faceva con il “polentar”, un gran tegame tradizionale, in rame, fatto per essere posto sopra la stufa a legna… sapeva farmi assaporare i gusti della sua giovinezza.
La sera, invece, quando stava bene, la lasciavo per andare con mio fratello a mangiare il gelato, mentre mio papà beveva il caffè con lei.
Mia nonna capiva nettamente meglio il friulano che l’italiano, di conseguenza, quando si mangiava da lei o si andava a farle compagnia bisognava parlare in friulano. Era alta circa un metro e sessanta, aveva i capelli grigi e ricci e gli occhi castani un po’ vacui per l’età.
Ho altri bei ricordi collezionati: d’estate, quando faceva caldo, lei si sedeva in cortile e lanciava la pallina ai cani e loro gliela riportavano, era felice come una bambina; quando doveva rinfrescarsi i piedi se li lavava nella fontana che ho di fuori proprio come faceva da ragazza. Nell’ultimo periodo della sua vita era parzialmente autosufficiente cioè era capace di lavarsi, cucinare, e mettersi a letto. Durante la notte ascoltava con le cuffie Radio Maria e ogni domenica veniva a messa a Ramandolo: io la portavo a braccetto.
Una sera, mentre io suonavo la pianola, lei ha suonato il “campanello” che ha a portata di mano per avvisarci se ha qualche urgenza mentre si trova in una qualunque parte della casa. Io mi sono subito precipitato e l’ho vista a terra, caduta. In quel momento ho chiamato mio papà che prontamente è entrato in casa e l’ha tirata su: non riusciva a muoversi. Abbiamo aspettato mia mamma per chiamare l’ambulanza che l’ha portata in ospedale. Per uno o due mesi è rimasta ricoverata e poi è passata in R.S.A.
So che non è una situazione felice, ma con mio fratello un pomeriggio siamo riusciti comunque a farci una risata, infatti, in procinto di salutarla in friulano, le ha detto: << None, o mi met su la jachete >> (che significa: mi metto su la giacca) e mia nonna ha capito <<None, o ai il diabete!>> ovvero che lui aveva il diabete! Mi fa ancora sorridere…
A gennaio è tornata a casa , ma aveva sempre bisogno di assistenza fino a che, il 10 febbraio 2018, dopo aver detto la Coroncina della Divina Misericordia, lei ci ha lasciati.
 
LA CLASSE TERZA
TERZA 201819
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LE VETRATE PER LA SANTA PASQUA
PASQUA 2019
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IL DISEGNO PER IL SANTO NATALE SULLA VETRATA
VETRATA NATALE 2018 TUTTA
L’intera vetrata
VETRATA NATALE 2018 PRIMO PIANO
Il particolare della S. Natività
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PRIMA DI ENTRARE NEL VIVO
Prima di entrare nel vivo dell’argomento, devo tornare indietro a qualche anno fa, quando in un pomeriggio di primavera, durante una festicciola con i miei compagni di scuola elementare, dondolandomi sconsideratamente, sono caduta dall’altalena e mi sono fratturata un braccio.
Devo confessare che, fin da piccola, mi attraeva l’idea di un passaggio sull’autoambulanza, immaginavo chi c’era dentro, mi chiedevo cosa fosse successo e cosa facessero i medici soccorritori. Arrivata in ospedale con il mio guaio, mi venne incontro una dottoressa esile e bassotta che, sorridendo, mi prese sottobraccio, quello “intero” e mi accompagnò in reparto come se stessimo andando ad un party: simpatica e danzante sulla sua divisa verde, lasciò abbracci a chi la salutava, chi con la carrozzina, chi sorretto dai parenti. Non era il solito medico un po’, diciamo, spandone, anzi, ricordo ancora il modo con cui si lasciava tirare le maniche dai più piccoli (perchè di giovanissimi pazienti ne era pieno il reparto) e come i genitori si illuminassero al suo arrivo!
Quel giorno non c’era molta presenza adulta, ma di bimbi eccome, tutti “vittime” di incidenti domestici.
Ma da lì a qualche minuto, prima che io entrassi in sala raggi, l’altoparlante chiamò urgentemente in pronto soccorso la dottoressa: stava arrivando un’ambulanza a sirene spiegate; una bimba di cinque anni, scivolata via dalla mamma, era stata investita da uno scooter.
Attraverso i vetri dell’emergenza guardai attonita tutto il personale accorrere alla barella, ma la mia “amica” dottoressa fu una velocista e con un’incredibile affabilità si avvicinò alla bambina, baciandola; sì, la baciò, le posò la mano sulla fronte e la accarezzò. Ci fu un momento di silenzio e la piccola, immobile, con un rigagnolo di sangue che le usciva dal naso, accennò ad un sorriso, risposta ad un gesto, a quel particolare gesto così semplice e caro che la dottoressa aveva compiuto: una rapida visita per accertare i danni e … via anche lei in radiologia, con me, dicendomi: “Vieni anche tu? Allora ci facciamo compagnia!”
La bimba aveva solo rotto il naso, nient’altro e mi venne spontaneo di avvicinarmi ad Elisa, questo il nome della piccola, accarezzarle i capelli biondi, raccolti in una treccia. La dottoressa mi guardò intensamente e ricordo bene mi disse: “I gesti che vengono dal cuore sono già una medicina, ricordatelo!”
Alla fine mi ingessarono, e di Elisa seppi che due giorni dopo era a casa con una mascherina di resina che le avevano applicato al nasino.
È stata una belissima giornata e la figura di quella dottoressa mi è rimasta impressa.
Ancora oggi ogni tanto la chiamo al telefono privatamente e sempre mi dice che, se un giorno vorrò fare il medico, prima dei libri dovrò coltivare la mia coscienza, fare esperienza di ciò che di brutto potrò vedere ed aprire il mio cuore.
Adoro il pensiero di fare medicina, ma mi chiedo costantemente se sarò capace di essere medico come quella dottoresssa, semplice e disponibile, in grado di arrivare all’essenza delle persone sofferenti con tutta la dedizione e l’amore che quel mestiere richiede, oltre il sapere.
Grazie “amica dottoressa”!
di Rebecca Rinaldi cl.3ª
PENSIERI SULL’ABORTO
A me fa male sapere che qualcuno abbia scoperto l’aborto.
Potrebbe sembrare un’evoluzione, quando invece è un omicidio.
Non so se ve ne state rendendo conto ma… invece di evolverci ci stiamo ammazzando da soli.
Con lo smog, l’inquinamento, la guerra e ahimè l’aborto.
Se esegui l’aborto non sei una madre, sei un’assassina.
Lo so non sono belle cose da sentire ma… se ci pensiamo è così.
Aderendo all’aborto non permetti a quel povero bambino di sapere com’è respirate, di sapere com’è piangere e com’è innamorarsi, sorridere, camminare, vedere…
Quel bambino non potrà mai sapere com’è aprire per la prima volta gli occhi.
Perché non lo farà mai, non potrà mai sperimentarlo.
Se hai avuto un figlio da una persona che ti ha tradita, non abortire ti prego! Perché non è colpa del bambino, è colpa dell’uomo che ti ha tradita…
Cosa ha fatto quel povero bambino per meritarsi l’aborto? Niente, eppure verrà ucciso lo stesso.
Se esegui l’aborto perché non vuoi avere figli allora non hai capito nulla della vita.
Perché se dovessimo tutti ragionare come le persone che aderiscono all’aborto, non ci sarebbe più nessuno. La Terra sarebbe vuota.
Io dico NO all’aborto.
di Chiara Sigmund.